Il lavoratore silenzioso del Mar Mediterraneo
Le foglie spiaggiate di P. oceanica hanno acceso molti dibattiti tra residenti, turisti e scienziati, ma scoprire da dove provengono e quale funzione svolgono è il primo passo verso una soluzione.
Date:
28 July 2026
«Oggi non voglio andare in spiaggia, è piena di alghe!»
Lamentele continue. Questo è ciò che i miei genitori, e molti altri genitori sardi, dovevano sopportare ogni volta che il vento soffiava forte e portava “spazzatura” a riva, o almeno così sembrava.
La mia affermazione si è ripetuta nel corso delle generazioni, ripresa dai turisti che approdano su una spiaggia del Mediterraneo e si trovano di fronte a una distesa di materiale marrone che ricopre la sabbia. Ogni estate, gli operatori turistici fanno pressione sulle autorità costiere regionali affinché rimuovano tempestivamente le “alghe” portate a riva: non sono belle da vedere; stonano con le acque cristalline che attirano turisti da tutto il mondo. Ma proprio quel residuo marrone è ciò che mantiene cristalline quelle acque.
Quelle che la popolazione locale chiama “alghe” sono in realtà foglie portate a riva della Posidonia oceanica (o “P. oceanica”), un organismo diverso e più complesso delle alghe. Si tratta di una grande pianta acquatica con radici in grado di formare estese praterie sottomarine, che fungono da “cuore pulsante” del salato Mar Mediterraneo. In un determinato periodo dell’anno, le foglie vecchie si staccano dalle praterie e galleggiano via, venendo trasportate a riva e accumulandosi nelle cosiddette “banquette”.
Il bacino del Mediterraneo ospita il 18% delle specie marine identificate, presentando una biodiversità superiore a quella dell’Oceano Atlantico, come indicato in una pubblicazione del 2000 di Bianchi e Morri. La P. oceanica si distingue in questa ricchezza come l’unica specie marina fanerogama endemica, e come la più diffusa. Si riproduce principalmente per via asessuata, diffondendosi attraverso i rizomi e creando dei cloni. Uno studio di Arnaud-Haond et al., pubblicato nel 2012 su PLOS ONE, suggerisce che alcune praterie, costituite da un unico organismo clonale, possano avere fino a 100.000 anni di età.
Sebbene meno frequentemente, proprio come avviene per le piante terrestri, può fiorire in autunno e produrre il suo frutto galleggiante (comunemente chiamato “oliva di mare”) in primavera. Le sue praterie coprono circa l’1,5% del bacino del Mediterraneo, estendendosi per oltre 20.000 km² lungo le zone costiere e costituendo la comunità climax, ossia lo stadio finale e maturo dello sviluppo di un ecosistema. Limitata dalla quantità di luce che penetra nell’acqua, la P. oceanica cresce generalmente a profondità comprese tra 0,5 e 45 metri per sostenere la fotosintesi.
Cullate dalle onde e protette da rigogliose e fitte distese, molte specie ittiche trovano nelle praterie di P. oceanica il proprio vivaio. Queste praterie sono note per sostenere la biodiversità e offrire un habitat adatto a migliaia di specie marine durante le varie fasi del loro ciclo vitale, garantendo inoltre una produzione costante per le attività commerciali locali.
Analogamente ad alcune categorie di zone umide, le praterie di P. oceanica rientrano negli ecosistemi del “blue carbon” grazie alla loro capacità di fungere da potenti serbatoi di assorbimento del carbonio. Sono in grado di sequestrare anidride carbonica fino al doppio rispetto alle foreste terrestri per ettaro (addirittura più della foresta amazzonica!), immagazzinandone circa 5,7 milioni di tonnellate all’anno, e agendo da strumento essenziale per mitigare il cambiamento climatico.
Sono inoltre importanti protettori del litorale, in grado di formare e fissare i sedimenti, riducendo così gli effetti dell’innalzamento del livello del mare e dell’erosione costiera. Ciò porta a una riduzione dell’idrodinamismo, che contribuisce anche alla depurazione dell’acqua di mare riducendo la torbidità e intrappolando gli inquinanti, quindi mantenendo limpide le acque.
La Posidonia funge da incredibile bioindicatore grazie alle sue caratteristiche chiave: è una specie longeva, sensibile ai disturbi, in grado di formare habitat e diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo.
La professoressa, ricercatrice e divulgatrice scientifica Monica Montefalcone ha contribuito in modo determinante alla comprensione della P. oceanica come bioindicatore, dimostrando applicazioni di valutazione molto più ampie di quanto la comunità scientifica ritenesse in precedenza. Il suo articolo scientifico a firma singola, pubblicato nel 2009 e intitolato “Ecosystem health assessment using the Mediterranean seagrass Posidonia oceanica: A review”, suggerisce che la P. oceanica non solo costituisce un ottimo sistema di monitoraggio della qualità dell’acqua ai sensi della Direttiva Quadro sulle Acque dell’UE, ma è anche uno strumento eccellente per valutare il degrado ecologico in senso più ampio, evidenziando la distinzione tra questi due aspetti e presentando un metodo più efficace a livello di bacino per determinare lo stato di salute degli ecosistemi.
Un recente studio del 2024 pubblicato su Environmental Pollution e condotto da Martinez et al. suggerisce che le praterie di P. oceanica siano efficaci nel trattenere le microplastiche. Sebbene ciò possa ridurre la concentrazione di microplastiche nell’acqua, influisce anche sugli organismi che trovano rifugio e/o cibo all’interno dell’habitat.
La Posidonia è classificata come “a rischio minimo” nella Lista delle specie minacciate dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), dimostrando un’elevata resilienza alle variazioni di temperatura dell’acqua di mare e all’invasione da parte di specie aliene, pur mantenendo un’ampia distribuzione. Ciononostante, è più vulnerabile alle fluttuazioni di salinità, alla torbidità e al tasso di sedimentazione. Un’analisi del 2015 condotta da Telesca et al. indica che la distribuzione della P. oceanica è diminuita del 34% negli ultimi 50 anni. Numerosi risultati hanno confermato che la frammentazione delle praterie ha visto i disturbi antropogenici come principali responsabili.
Uno di questi risultati è stato presentato nel 2010 da Monica Montefalcone in qualità di autrice principale di un articolo pubblicato su Estuarine, Coastal and Shelf Science, che ha dimostrato come la frammentazione dell’habitat della P. oceanica sia legata all’attività umana e risulti più intensa nelle aree antropizzate.
Un rapporto del 2025 del World Wide Fund for Nature (WWF) sulla conservazione delle praterie marine di fanerogame elenca l’inquinamento marino, lo sviluppo costiero, la pesca a strascico illegale, il cambiamento climatico e l’ancoraggio delle imbarcazioni come le principali minacce, con quest’ultima che rappresenta la minaccia chiave. Le ancore delle imbarcazioni spesso penetrano nel fondale marino e sradicano le piante, causando il degrado dell’habitat. La P. oceanica è una pianta a crescita lenta (1-6 cm all’anno), pertanto il recupero da simili danni strutturali può rivelarsi difficile, se non molto improbabile. Il messaggio fondamentale che ne emerge è che la prevenzione è di gran lunga più sostenibile del ripristino.
Nonostante sia protetta dalla Direttiva Habitat dell’UE (Direttiva del Consiglio 92/43/CEE) e dalle Convenzioni di Berna e Barcellona, il turismo non sostenibile e le pratiche illegali continuano a remare controcorrente agli sforzi di conservazione.
I detriti di P. oceanica che vengono portati a riva, formando le famigerate “banquette”, diventano parte dell’ecosistema. Le banquette possono estendersi per centinaia di metri e raggiungere un’altezza di 2 metri, rappresentando una fonte di cibo per detritivori e crostacei. La sabbia può rimanere intrappolata tra gli strati di foglie; dunque, la sua rimozione dalla spiaggia, per motivi estetici e turistici, risulta dannosa. Sebbene visivamente poco attraenti, le banquette contribuiscono anche a mitigare l’impatto delle onde e proteggere il litorale.
Trovare l’equilibrio tra tutela ambientale e turismo è un’impresa non da poco: nonostante la gestione delle banquette sia notevolmente migliorata nel corso degli anni, non esiste una normativa diretta e unificante per la loro protezione.
Nel 2010 l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha pubblicato un guida molto influente sulla gestione delle banquette, proponendo il modello della “Spiaggia Ecologica”, che ha contribuito con successo a ottimizzare gli sforzi di conservazione in molte regioni italiane.
Anche l’Unione Europea ha finanziato progetti correlati (POSBEMED) per la gestione del litorale nelle aree Natura 2000 e nelle aree protette. Purtroppo, queste linee guida non vengono sempre applicate, specialmente nelle località turistiche più frequentate. Ciononostante, le praterie marine sono un segno che le acque circostanti sono pulite, limpide e in buone condizioni.
I dati sul declino e sulla distribuzione della P. oceanica sono ancora molto frammentati e specifici per località. Ecco perché mappare le praterie, studiarne la resilienza e i servizi ecologici che forniscono rappresenta un contributo inestimabile all’ecologia marina e quindi al benessere del pianeta. Per questo motivo, molti ricercatori lavorano instancabilmente per far sì che il tesoro che giace sotto il Mar Mediterraneo si conservi.
Purtroppo, a maggio del 2026, il mondo ha perso alcuni di questi in un tragico incidente subacqueo.
Monica Montefalcone era una delle massime esperte mondiali di P. oceanica, dando voce alla sua altrimenti silenziosa ma impattante presenza. Era docente presso l’Università di Genova e un’attiva divulgatrice scientifica, spesso ospite di programmi televisivi di divulgazione. Il suo amore per la vita marina pervadeva ogni stanza in cui entrava, ed è diventata ben presto una delle professoresse preferite dagli studenti universitari. Tutti sanno imparare, ma non tutti sanno insegnare.
È così che se n’è andata, insegnando a ricercatori, studenti, e a sua figlia, come valutare lo stato di salute delle barriere coralline mentre si immergeva alle Maldive.
A causa delle circostanze, la copertura mediatica mondiale si è concentrata principalmente sulle cause della sua morte, spesso incolpandola per le decisioni sbagliate che hanno portato alla tragedia. In un attimo, tutto il lavoro che ha svolto nel corso degli anni è stato oscurato da una valanga di opinioni negative da parte di persone che non conoscono né lei né la sua disciplina. La verità è che nessuno sa ancora esattamente cosa sia successo, e qualunque decisione abbia portato alla morte sua e del suo gruppo non può certo essere paragonata al suo prezioso contributo alla conservazione degli ecosistemi e alla divulgazione scientifica.
I bagnanti vedono solo la fine, quando le foglie diventano marroni e giacciono immobili, spesso non rendendosi conto del lavoro silenzioso che la P. oceanica ha svolto nel corso della sua vita. Imparare a conoscerla e diffondere la consapevolezza, anche in contesti informali, è il modo migliore in cui una persona può contribuire agli sforzi di conservazione. Ciò può avvenire attraverso un gesto semplice, come ricordare alle persone di non chiamare le banquette “alghe” o magari spiegare che sono simili alle foglie che cadono dagli alberi in autunno, lì per rassicurarci che il mare è ancora pieno di vita e, in un certo senso, sta bene.
Allo stesso modo, conoscere la professoressa Montefalcone e condividere il suo immenso contributo alla protezione degli ecosistemi marini può abbattere la sottile ma opaca cortina di odio tessuta dall’ignoranza. Solo allora le persone potranno comprendere quanto fosse raro trovarsi al cospetto di qualcuno che non si limitasse a insegnare egregiamente, ma trasmettesse il proprio amore per la vita marina a chiunque la ascoltasse.
È così che dovrebbe essere la scienza: accogliente, non escludente. La conoscenza è, dopotutto, un lungo e antico ciclo di sforzi collettivi.
Nel frattempo, la Posidonia oceanica continuerà il proprio antico ciclo: i cloni verranno prodotti, i fiori sbocceranno, i frutti appariranno e le foglie alla fine moriranno, per poi galleggiare via e posarsi con grazia su una spiaggia del Mediterraneo, continuando a proteggere il litorale e restituendo sostanze nutritive all’ecosistema che hanno tenuto in vita.
Riconoscere il lavoro della Posidonia oceanica significa riconoscere la vita stessa.
Elisabetta Fenu
«Uno dei miei sogni, e speranze,
è che io possa essere ricordata nel futuro.
Che le mie attività possano essere continuate in futuro
da chi verrà dopo di me, un po’ come ho fatto io
con chi mi ha preceduto e con chi mi ha insegnato a fare
tutto quello che oggi ho imparato a fare»
- Monica Montefalcone (1974-2026)
Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in lingua inglese sul numero di luglio-settembre 2026 di Only Natural Energy (ONE)
Last update
28/07/2026, 15:02

