Green Deal europeo: ambizioni e criticità

Prende forma l’ambizioso Green Deal europeo, il piano di investimenti che mira a rendere l’Europa il primo blocco di Paesi a impatto climatico zero entro il 2050.

Date:
17 January 2020

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Prende forma l’ambizioso Green Deal europeo, il piano di investimenti che mira a rendere l’Europa il primo blocco di Paesi a impatto climatico zero entro il 2050. Il piano presentato a Strasburgo il 14 gennaio scorso, arriva un anno dopo la proposta di legge avanzata negli Stati Uniti dalla 30enne parlamentare Alexandria Ocasio-Cortez, la più giovane donna mai eletta al Congresso, e dal senatore Ed Markey. Le misure del Green New Deal americano puntano dichiaratamente a dare risposta ai cambiamenti climatici ma anche alla disuguaglianza economica. Da qui il nome che richiama gli ingenti investimenti fatti col New Deal di Franklin Delano Roosevelt per avviare le riforme sociali ed economiche negli anni ’30.

Il pacchetto preparato dall’Europa prevede 1000 miliardi di euro per lo sviluppo sostenibile. Tanti buoni propositi ma già iniziano a delinearsi alcune criticità. L’obiettivo principale del Green Deal è creare un contesto favorevole per agevolare e stimolare gli investimenti pubblici e privati per la transizione verso un’economia climaticamente neutra, verde, competitiva e inclusiva. Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo del Green Deal europeo, sostiene che la transizione migliorerà il benessere delle persone e aumenterà la competitività dell’Europa. Ma non per tutti il sacrificio sarà lo stesso. Si teme che a pagare il prezzo più alto di questa transizione saranno quei Paesi (Polonia, Slovenia, Ungheria) che ancora dipendono in maggior misura dai combustibili fossili e che si trovano in una condizione economica più svantaggiata rispetto alla media dei Paesi europei. Tra gli investimenti proposti, il cosiddetto Fondo per la Transizione Giusta dovrebbe aiutare le aree più sacrificate in questa transizione. Ma nonostante le sovvenzioni che arriveranno, la riduzione o la sostituzione di quelle attività attualmente centrali per quelle economie non sarà semplice e la paura che le diseguaglianze si accentuino si fa più concreta.

Una forte preoccupazione arriva anche dal settore industriale, il grande escluso dai piani di investimento europeo del Green New Deal. Con un tweet il commissario europeo Timmermans presenta una mappa dei settori di intervento del Green Deal europeo dove non si fa alcun riferimento al rinnovamento delle industrie necessario per raggiungere il livello di decarbonizzazione prevista per il 2050. Eppure, il settore industriale costituisce una buona fetta del prodotto interno lordo, occupa decine di milioni di persone e contribuisce alle emissioni di CO2 per il 20%.  Se sia stato un errore di valutazione o se il settore industriale sia incluso implicitamente nelle linee di intervento lo si vedrà nel corso del tempo, quando le misure attuative prenderanno piede.

Nel saggio “The Case for the Green New Deal”, l’economista britannica Ann Pettifor sostiene che il deal europeo sia poco ambizioso e dotato di scarse risorse rispetto alla produzione economica del Vecchio continente. L’autrice sostiene che i cambiamenti climatici sono legati in qualche modo all’economia capitalista che per lungo tempo ha agito in un mercato senza regole; con questo non vuole identificare nel capitalismo il capo espiatorio, ma è lo stesso capitalismo che generando credito spinge verso il consumo e la produzione che a sua volta fa aumentare le emissioni inquinanti.

Se davvero, come sostiene Ann Pettifor la chiave di volta fosse il capitalismo, saremo capaci di cambiare le nostre abitudini e il sistema economico e sociale per il bene del pianeta? Sarah Lai

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