Corpo Pagina

La “Nuova via della seta” in 5 domande

Viene chiamata “la nuova Via della seta”, espressione coniata dalla stampa italiana per definire la Belt and Road Initiative (Bri), la nuova politica di espansione del governo cinese che, attraverso un imponente piano di investimenti e di cooperazione internazionale punta a ridisegnare gli equilibri economici e geopolitici mondiali.

Il progetto abbraccia 130 paesi, equivalenti a più di due terzi della popolazione mondiale. L’obiettivo è quello di trasformare l’industria del Paese, favorendo il suo sviluppo tecnologico, il dominio di alcuni settori strategici dell’economia globale e l’individuazione di nuove rotte commerciali e nuovi mercati da raggiungere con le esportazioni di prodotti cinesi.

L’iniziativa include elementi economici e strategici. Fra i primi vi è la volontà da parte di Pechino di investire nello sviluppo infrastrutturale dei paesi coinvolti. Questa inclinazione riflette lo sforzo di incrementare la capacità produttiva dei partner commerciali così come il grado di connessione fra la Cina e l’Occidente.

L’ambizioso programma prevede lo stanziamento di circa duemila miliardi di dollari, con l’intento di rafforzare la rete di infrastrutture e mercati in diversi settori quali quello dell’energia, dei trasporti, delle comunicazioni e quello manufatturiero. I progetti sono solitamente coordinati da compagnie cinesi, finanziate dal governo centrale e da banche commerciali. Circa metà degli investimenti sono stati destinati al settore dell’energia, includendo sia combustibili fossili che fonti rinnovabili.

La nuova Via della seta si articola in tre rotte terrestri (che collegheranno la Cina a Europa, Medio Oriente e Sud-est asiatico) e due marittime (una che dalla Cina si snoda attraverso l’Oceano Indiano, il Mar Rosso e infine si collega all’Europa; l’altra che connette Pechino alle isole pacifiche attraverso il mare di Cina).

In questa iniziativa il carbone gioca un ruolo importante: a partire dal 2014  nei paesi aderenti all’iniziativa la Cina ha investito nella costruzione di impianti termoelettrici a carbone per un totale di 68 GW.

Sebbene la finanza rappresenti un attore fondamentale in un progetto simile, lo sviluppo di centrali a carbone all’estero è anche supportato da soluzioni innovative nella progettazione e realizzazione di nuovi impianti. A partire dal 2020 oltre un quarto delle centrali a carbone in costruzione all’estero ha ricevuto investimenti cinesi, per una capacità totale di 102 GW in 27 paesi.

Le banche e compagnie cinesi sono i principali attori nel settore del carbone, e gli investimenti a sostegno dell’iniziativa “Bri” si sono estesi a livello mondiale; questi si portano dietro l’impegno del governo cinese, delle banche, di società di ingegneria e manifatturiere, imprese edili e diversi esperti nel campo. Le prime cinque società di assicurazione degli sviluppatori di centrali a carbone sono tutte istituzioni cinesi. Da gennaio 2017 a settembre 2019, le banche cinesi hanno rappresentato il 69% delle sottoscrizioni per gli sviluppatori di impianti a carbone. Non tutto l’investimento è andato ai paesi appartenenti all’iniziativa, ma una maggior parte di esso è riservato alla Cina stessa, in quanto questa continua ad espandere la propria capacità di centrali a carbone.

Il governo cinese ha cercato di rendere le iniziative “Bri” più “ambientalmente consapevoli”, fissando delle regole per promuovere investimenti sostenibili; d’altro canto, ad oggi, ci si scontra con linee guida del tutto impostate su base volontaria.

Le banche cinesi giocano un ruolo significativo. Le stime degli investimenti per i progetti che coinvolgono il carbone variano; una prima stima rivela un investimento totale di 15 miliardi di dollari dal 2013 al 2016.

Una domanda che sorge spontanea è rappresentata dal ruolo che assume la finanza cinese in questa iniziativa. Molte società finanziarie, sia nazionali che internazionali, limitano sempre più gli investimenti sul carbone; contrariamente la Cina è il più grande ente finanziatore in tal senso. I progetti ricevono prestiti e agevolazioni di varia natura. Le banche cinesi sono inoltre ben consapevoli di fornire mutui ad un tasso agevolato, ma spesso utilizzano prestiti cosiddetti “resource-backed” per assicurarsi il ritorno dell’investimento.

I paesi aderenti all’iniziativa hanno piena autonomia sulle decisioni dell’investimento in quanto il governo cinese adotta il principio di non intervenire sulle decisioni politiche dei partner. Tuttavia, il predominio della finanza cinese ha delle conseguenze: il governo esorta il reciproco aiuto e la cooperazione internazionale quando si forniscono sostegni allo sviluppo, ma alcuni paesi, primi fra tutti gli Stati Uniti, sono consci del reciproco guadagno in termini di influenza geopolitica del loro investimento. D’altro canto, vi sono stati anche problemi di trasparenza in questa iniziativa; le banche cinesi non hanno l’obbligo di rivelare informazioni sui progetti, con la conseguente difficoltà nel tracciare i processi in essi contenuti.

Il governo cinese enfatizza il ruolo che questa iniziativa gioca nel promuovere lo sviluppo economico in linea con gli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile definiti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. In particolare, il programma promuove la cooperazione internazionale e la condivisione delle cosiddette “best practices”, come previsto nell’obiettivo 17 “Partnership”, nell’obiettivo 4 sull’energia, su quello della crescita economica e su quello relativo a industria, innovazione e infrastrutture.

Tuttavia, sono state sollevate preoccupazioni a livello internazionale sull’impatto ambientale degli investimenti cinesi, specialmente nel settore del carbone. Finanziando impianti a carbone ed altri progetti di industrializzazione “energy-intensive”, la Cina promuoverebbe di fatto un modello di crescita a emissioni crescenti. Inoltre, sebbene la parola chiave sia rappresentata dall’alta efficienza degli impianti a carbone a basse emissioni, gli investitori cinesi hanno maggiormente supportato la costruzione di impianti a carbone con tecnologia subcritica, rispetto agli altri finanziatori internazionali.

La decisione di costruire nuovi impianti a carbone dipende da svariati fattori. L’analisi su undici paesi (Bangladesh, Bosnia, Egitto, Indonesia, Kenya, Pakistan, Serbia, Turchia, Emirati Arabi, Vietnam e Zimbabwe) ha fornito un quadro generale per comprendere la probabilità affinché un paese scelga il carbone per far fronte al proprio fabbisogno energetico. Cinque le domande chiave:

  • Il paese in questione possiede depositi locali di carbone? Se questo fosse il caso, il paese potrebbe sfruttare questa risorsa per un approvvigionamento energetico sicuro, affidabile e conveniente.
  • Quale tecnologia verrà impiegata? La Cina possiede un’ampia esperienza in tutte le tecnologie di generazione elettrica anche se risultano i maggiori finanziatori internazionali della sola tecnologia subcritica.
  • Qual è la velocita nella crescita della domanda di energia? Se questa cresce rapidamente, i governi si orienteranno verso fonti di energia ad elevati carichi di base.
  • Quali sono i costi di questi progetti? I grandi progetti con alti costi capitali possono essere un deterrente dal punto di vista finanziario, sebbene i fondi cinesi offrano costi ridotti.
  • Vi sono questioni ambientali? L’opposizione da parte degli ambientalisti risulta un fattore importante che indirizza la costruzione di nuove centrali a carbone.

In risposta alle regolamentazioni ambientali sempre più restrittive, il Presidente cinese Xi Jinping ha annunciato, in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite tenutasi il 21 settembre 2021, che la Cina non costruirà più all’estero impianti a carbone. Non sono disponibili maggiori dettagli, ma il finanziamento di centrali a carbone nell’ambito dell’iniziativa belt and road appare, nel medio e lungo periodo, sempre più remoto.

Malgrado l’importanza in Cina e nel mondo, l’iniziativa della “nuova Via della seta” si presenta ancora come un concetto astratto. Mentre alcuni di questi progetti sono chiaramente etichettati come iniziative “Bri” fin dal principio, altri possono essere classificati o meno come tali, solo se contribuiscono all’ottenimento degli obiettivi fissati dal governo cinese. Come risultato, quasi nessuno dei progetti internazionali aventi a capo società cinesi possono essere considerati parte dell’iniziativa.

La politica cinese di non intervenire nelle politiche nazionali dei Paesi partner ha come obiettivo quello di rafforzare la strategia di diffusione dei progetti legati alla nuova Via della Seta, portando ad averne di svariati tipi e con una relativa facilità di implementazione.

L’operazione è andata in porto con alcuni Paesi, mentre è fallita in altri a causa di barriere economiche, sociali, ambientali e burocratiche. In definitiva la Cina ha come obiettivo quello di coinvolgere i diversi Stati attraverso l’iniziativa “Bri” sul commercio e lo sviluppo, non solo dell’industria legata al carbone. Si prevede inoltre che la Cina continui a sostenere i piani infrastrutturali locali di ciascun paese indipendentemente dalla diversa tecnologia energetica; a tal riguardo le società cinesi possiedono le capacità ingegneristiche, manifatturiere e di costruzione di una vasta gamma di tecnologie energetiche. MMureddu

ICSC/315

Ottobre 2021

Stephanie Metzger

Attività finanziata a valere sul fondo per la ricerca di sistema elettrico PTR 2019-2021.