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Energia e clima: le priorità della Cina

Tianjin Integrated Gasification Combined Cycle Power Plant Project in the People's Republic of China Foto da Asian Development Bank/ Flickr

La transizione ecologica in Cina non è coniugabile con la crisi energetica in corso nel paese. Almeno per ora. Una crisi che ha interessato fabbriche e abitazioni, colpite da interruzioni nella produzione e fornitura di energia elettrica. Da qui la decisione di aumentare l’estrazione di carbone e costruire nuove centrali in patria  (confermando senza alcuna riduzione tutte le autorizzazioni pianificate un anno fa, per un totale di circa 250 GW di nuova installazione). Una scelta che sembra in contraddizione con gli impegni per limitare le emissioni, presi nel 2020 dal presidente cinese davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite, e più di recente, solo tre settimane fa, quando aveva dichiarato che la Cina non avrebbe più costruito centrali a carbone all’estero, facendo presagire un’inversione di marcia anche nei propri confini. Non sarà così: Pechino ha confermato che continuerà a costruire centrali in patria, allentando le restrizioni sull’estrazione del carbone negli ultimi tre mesi dell’anno e rivedrà la tabella di marcia per ridurre le emissioni di CO2 a zero entro il 2060.

Scelte motivate con la necessità di porre rimedio alla crisi energetica in cui è sprofondato il paese. La peggiore nell’ultimo decennio. Il primo motivo, quello principale, è che la Cina è ancora fortemente dipendente dal carbone, che assicura il 70% della produzione di energia del paese. Per più di un decennio, la Cina è stata il più grande sostenitore di progetti sul carbone internazionali. Dal 2010 al 2020, sono stati costruiti o hanno iniziato la costruzione 180 gigawatt di centrali a carbone sostenute dalla Cina, più della metà del totale globale al di fuori della Cina, pari a 1,5 volte l’intera capacità a carbone dell’Unione europea e del Regno Unito. Lo stop alla costruzione all’estero però al momento non intacca le centinaia di centrali a carbone in procinto di essere realizzate in patria.

Secondariamente, i prezzi dell’elettricità sono regolati dal governo centrale, mentre i prezzi del carbone sono fissati dal mercato. Quando i prezzi del carbone aumentano ma non aumentano i prezzi dell’elettricità, viene a mancare una ragione economica affinché le centrali continuino a fornire energia. Per ridurre le perdite gli impianti possono quindi rallentare la produzione o evitare di generare energia.

La ripresa della Cina dallo shock economico della pandemia si è basata eccessivamente sull’edilizia e sull’industria pesante, causando un aumento della domanda di carbone dell’11% nella prima metà del 2021. Questa tendenza è stata in contrasto con i programmi di Pechino di un netto taglio alle emissioni e una politica energetica decisamente più verde. Tuttavia, da una parte, diversi operatori legati anche alle fonti di energia pulita non sono stati incentivati nell’aumentare la produzione, dall’altra, la stragrande maggioranza delle centrali elettriche cinesi alimentate a combustibili fossili hanno ridotto la produzione, come conseguenza dell’aumento del prezzo del combustibile (cui hanno contribuito anche la chiusura di miniere inefficienti e il brusco calo delle importazioni dall’Australia).

Pertanto circa due terzi delle province cinesi hanno subito crolli nella produzione di corrente elettrica, tali da costringere le proprie imprese a chiudere o sospendere l’attività. Nelle regioni del nord-est il problema ha toccato anche le utenze domestiche, con milioni di famiglie rimaste al buio e senza riscaldamento.

L’annuncio di Xi Jinping che la Cina non avrebbe più “costruito nuove centrali a carbone all’estero” ha allineato il governo cinese a Corea del Sud e Giappone che si sono recentemente impegnati a porre fine ai finanziamenti pubblici per nuove centrali a carbone nei paesi in via di sviluppo. Un annuncio che ha sorpreso positivamente la comunità internazionale, consapevole che senza la Cina ogni progetto o scenario di neutralità climatica globale diventa un sogno irrealizzabile.

L’annuncio era stato interpretato anche come un segnale che la Belt and Road Initiative deve basarsi sull’energia verde piuttosto che continuare a insistere su progetti incentrati sul carbone. Soddisfazione mitigata dal fatto che nel 2020 la Cina ha aggiunto una nuova capacità di energia a carbone tripla rispetto al resto del mondo. La posizione di disimpegno nella costruzione di centrali a carbone in terra straniera dovrebbe avere un impatto positivo in Indonesia, Vietnam, Pakistan, Zimbawe e Turchia. Paesi che stanno ancora pianificando uno sviluppo fondato sul “new coal” e che ora potrebbero ripensare i loro piani di sviluppo energetico, dato che sia la Cina che gli Stati Uniti si sono impegnati a sostenere l’energia verde nei paesi in via di sviluppo. 

Potrebbe essere la spinta decisiva per una corsa ancora più competitiva verso l’energia pulita. La Cina è già il più grande produttore e sviluppatore al mondo di energia eolica, solare e nucleare. Se finanzierà ed esporterà queste tecnologie, consentirà ai paesi in via di sviluppo di soddisfare le proprie esigenze energetiche in modo economico senza fare affidamento sui combustibili fossili. Uno scenario auspicato dalla Iea nel World Energy Outlook 2021, dove si afferma che a livello globale è necessario un impegno molto maggiore se il mondo vuole raggiungere lo zero netto entro il 2050.

Questo è anche l’obiettivo della prossima conferenza sul clima dell’Onu, la Cop26 di Glasgow, dove si punta alla firma di un accordo globale per garantire l’eliminazione graduale del carbone a livello mondiale.  Ma, come ha osservato Gavin Thompson, esperto di materie prime nell’aria Asia-Pacifico presso Wood Mackenzie, “la realtà di breve periodo è che la Cina non ha altra scelta che aumentare il consumo di carbone per sostenere la domanda di energia”. ELoria