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Prezzo al dettaglio e costo climatico: un’etichetta per la CO2

Carbon label su tutta la gamma dei prodotti Quora. Foto credit: PR

La transizione energetica è già realtà. Voci autorevoli da ogni parte del globo sollecitano i Paesi ad impegnarsi per raggiungere l’obiettivo “net zero emission” fissato al 2050. Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea), sottolinea che la transizione energetica va gestita con saggezza da parte degli Stati. Lo stesso Alok Sharma, presidente del prossimo Cop26, in programma a Glasgow dall’1 al 12 novembre 2021, descrive questo appuntamento come “l’ultima speranza per contrastare il riscaldamento globale”.

L’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili e dei prezzi dell’anidride carbonica sul mercato europeo delle emissioni sono i primi passi della transizione. Un percorso, ben delineato dalla Iea nel report “Net zero by 2050”, che richiama all’impegno Stati e operatori economici ma soprattutto ciascuno di noi. Il coinvolgimento del cittadino nella diffusione di soluzioni tecnologiche già presenti per il risparmio e l’efficienza energetica, ma anche per l’adozione di determinati stili di vita, è condizione indispensabile per il raggiungimento degli obiettivi globali.

Un esempio illuminante della connessione comportamenti individuali-emissioni globali arriva dagli acquisti in campo alimentare. Il carbon footprint, l’impronta di carbonio, del cibo (vale a dire la stima delle emissioni di gas serra associate a questo) è un argomento importante soprattutto nei paesi industrializzati, dove rappresenta circa il 20% della impronta pro capite. Un’analisi condotta sui prodotti alimentari venduti da una catena di supermercati inglesi, mostra che circa il 60% delle emissioni è dovuto all’azienda agricola mentre solo il 10% proviene dalla gestione del supermercato. Tra i diversi alimenti, quelli di origine animale sono quelli a maggiori emissioni: gli animali infatti sono fonti di cibo inefficienti, poiché buona parte dell’energia prodotta viene utilizzata per il proprio metabolismo o per spostarsi. Tra le carni, poi, quelle di origine bovina e ovina producono il doppio delle emissioni delle altre, perché provenienti da ruminanti.

Quanto sia importante rendere consapevole il consumatore sull’effetto che questi acquisti hanno in termini di emissioni globali è ben evidenziato in un recente articolo pubblicato su Repubblica (“Sessanta kg di CO2 per uno di manzo: lo dice l’etichetta climatica”), che sottolinea come “la filiera della produzione del cibo è oggi tra i settori economici meno sostenibili, responsabile di circa un quarto delle emissioni di gas serra del mondo”.

Lo scrittore Mike Berners-Lee aveva già affrontato il tema nel 2010, con il suo libro “How bad are bananas? The carbon footprint of everything”, uscito in Italia con il titolo “La tua impronta”, dove aveva cercato di misurare il nostro stile di vita in emissioni di anidride carbonica: 4 grammi è (circa) la quantità di CO2 emessa per inviare o ricevere un’e-mail; dai 50 ai 115 grammi quella necessaria a far bollire un litro d’acqua; per un’arancia si va da zero a un chilo a seconda che sia colta dall’albero di casa o che sia spedita per via aerea come primizia. Il peso in termini di quantità di CO2 emessa è ben diverso anche a parità di prodotto. L’informazione e la diffusione di queste conoscenze sono decisive nell’accelerare la transizione verso un modello di sviluppo sostenibile.

Essere a conoscenza di questi dati può influenzare i nostri comportamenti e quindi le emissioni. Obiettivo del climate labelling, la cosiddetta etichettatura climatica da abbinare all’alimento in vendita, è fare in modo che il consumatore di fronte all’acquisto di un prodotto, sia condizionato non solo dal prezzo al dettaglio ma anche dal suo costo ambientale, in termini di emissioni globali di gas ad effetto serra. E’ questa l’idea del gruppo di lavoro coordinato da Jonas Nordström, professore di Economia agraria all’Università di Copenaghen, fiducioso che i consumatori, se informati sulla impronta di carbonio dei prodotti, acquisteranno quelli meno impattanti.

Finora l’etichetta climatica è adottata solo in alcuni supermercati in Danimarca e Svezia. L’auspicio è che stavolta l’operazione abbia maggior successo di quella intrapresa dalla britannica Tesco, che nel 2007 aveva lanciato assieme al Carbon Trust l’etichettatura climatica dei prodotti venduti nei propri supermercati, per poi ritornare sui suoi passi nel 2012. I tempi adesso sembrano maturi: estendere l’applicazione e l’obbligatorietà di queste etichette a livello mondiale sarà uno dei prossimi passi della transizione ecologica, per coinvolgere sempre di più il consumatore nella lotta al cambiamento climatico. AMadeddu