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Cambiamento climatico e iniquità

US Senator Kemala Harris. Photo credit: Gage Skidmore

Climate equity act. Una legge sull’equità del clima, perché anche il cambiamento climatico colpisce con più intensità le categorie più deboli. Partendo da questa consapevolezza la senatrice Kemala Harris, futura vicepresidentessa degli Stati Uniti in caso di vittoria del candidato democratico Joe Biden, ha promosso una legge che riporta i temi del cambiamento climatico e dell’ingiustizia sociale al centro del dibattito politico e elettorale americano. Dibattito da seguire con attenzione, perché il “Climate equity act” presto diventerà formula d’uso comune anche al di qua dell’Atlantico. Come già accaduto col Green new deal, sempre più spesso utilizzato come slogan di facile presa ma privo di contenuti concreti.

Se il Green new deal era un pacchetto economico a sostegno dell’ambiente e della transizione energetica, il Climate equity act pone invece l’accento sul metodo di lavoro che dovrà guidare il legislatore Usa sul cambiamento climatico e su temi collegati come trasporti, edilizia popolare, infrastrutture, occupazione. I rappresentanti delle comunità più esposte dovranno diventare parte integrante di chi andrà a scrivere o riscrivere quelle leggi, in modo che il punto di vista delle fasce più deboli – minoranze etniche, anziani, poveri, disabili, gli abitanti di villaggi rurali o deindustrializzati – sia sempre espresso in modo diretto. Punto di vista che dovrà essere rappresentato stabilmente dentro la Casa Bianca (precisamente nell’ufficio del Bilancio) e non più, come previsto inizialmente, all’interno dell’Epa (l’agenzia di protezione ambientale), dove avrebbe avuto un valore simbolico e ben poca possibilità di contare qualcosa. Per evitare il rischio è stato introdotto nel Climate equity act un parametro di equità (“equity score”), per misurare l’impatto delle leggi sulle comunità più deboli, sulla falsariga dell’economic score previsto per evidenziare su chi graveranno i costi dei provvedimenti legislativi.

Alla base della legge c’è la presa d’atto di un’iniquità evidente: il cambiamento climatico riguarda tutti ma non colpisce tutti allo stesso modo. Negli Usa (ma non solo) le minoranze etniche e le classi povere sono le più esposte alle conseguenze di catastrofi naturali e scelte politiche discriminatorie, come la collocazione delle industrie più inquinanti a ridosso di ghetti e periferie abbandonate a se stesse. Le comunità più marginali diventano così le principali vittime di fumi tossici e malattie. E per loro la tutela giudiziaria, vista la disparità di mezzi economici con le controparti, non sempre è praticabile. Anzi il timore di ulteriori danni (pecuniari) è il primo motivo della rinuncia alla tutela dei propri diritti, come ben noto all’ex magistrato Harris. Da qui la necessità di una legge che consente alle comunità in prima linea, le cosiddette “frontline communities”, di tutelare i propri diritti in sede legislativa. Prima che vengano compromessi. Non più a cose fatte. GS