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Riprogettare le città all’aria aperta

Winona Lake, Indiana, United States

Le persone cercano altre persone e hanno bisogno di spazi aperti in cui riunirsi, prendere una boccata d’aria, esattamente, purtroppo, come le pandemie. Non sprechiamo questa crisi.

La città di Milano aveva già in programma di piantare tre milioni di nuovi alberi in città entro il 2030 per combattere i cambiamenti climatici e migliorare la qualità dell’aria. Ora l’orizzonte si accorcia e alla luce della pandemia di coronavirus, alberi e, soprattutto, arbusti verranno piantati distanziati di almeno un metro, una misura che in questo momento ha anche una forte evidenza simbolica. Piero Pelizzaro, Chief Resilience Officer di Milano, ha affermato che l’iniziativa è un esempio di come l’emergenza possa aiutare a ripensare le città in modo più “umano”.

Il Covid-19 si è diffuso attraverso i confini nazionali e i vari strati sociali con poca discriminazione. Ha imposto misure senza precedenti nella storia recente e sta minando la quotidianità, le interazioni sociali, le relazioni economiche in tutto il mondo. Per Michele Acuto, professore di politica urbana presso la School of Design dell’Università di Melbourne e collaboratore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, “la progettazione urbana e la salute pubblica sono due settori che si intersecano”.

Già in passato la diffusione di una malattia ha rimodellato le città. Ora tocca a Covid-19 unirsi a una lunga lista di malattie infettive, come l’influenza spagnola del 1918 a New York e Città del Messico o la malattia da virus Ebola in Africa occidentale nel 2014. Altra epidemia  che lascerà (probabilmente) segni duraturi nella società e nei centri urbani.

Diversi esperti in politiche urbane cercano di capire quali aspetti chiave sono emersi nelle città di tutto il mondo – dai centri rurali e periferici alle città metropolitane – a seguito delle misure di contenimento adottate. Lo scopo è comprendere in che modo una pianificazione urbana predittiva può garantire la resilienza dei centri abitati agli effetti di un’epidemia.

L’adattamento riguarda soprattutto gli spazi comuni, come ad esempio i parchi. I parchi offrono un ottimo ambiente in cui sperimentare misure di sostenibilità, in quanto potenziali centri di aggregazione di un gran numero di persone e spazi di verifica dei comportamenti umani. Il movimento dei Citymakers è nato nel 2014 ad Amsterdam con l’idea che la realizzazione di spazi pubblici qualificati – ossia concepiti su misura – è la chiave di volta per garantire benessere sociale. Questa visione è ora più che mai condivisibile. In una lettera aperta indirizzata a tutti i Citymakers di tutto il mondo, Mariela Alfonzo, professoressa della New York University con un dottorato di ricerca in Pianificazione urbana, approfondisce il concetto di benessere sociale spiegando quale deve essere il ruolo di un progettista urbano in questo momento in cui abbiamo davanti agli occhi spazi pubblici e strade abbandonate, negozi chiusi, trasporti pubblici vuoti. “Tutto quello che sappiamo davvero ora, è che non lo sappiamo proprio ora”.
Alfonzo sottolinea che il design urbano comprende due discipline apparentemente non correlate: la psicologia e l’architettura. L’obiettivo è sempre stato rendere le città attraenti, dei veri e propri ”magneti”. E’ ora invece c’è un richiamo di tutti i governi ad evitare luoghi che sono “magneti” per le persone. L’obiettivo non va ridimensionato ma va revisionato. Evidentemente gli spazi comuni vanno ripensati per dargli non solo valore economico, sociale e ambientale ma anche sanitario e valore umano individuale. Come? Con una serie di misure.

La prima: sfruttando il way-finding (“la ricerca della strada”) da un punto di vista socio-ecologico, dandogli magari un’impronta verde, per indirizzare chi si muove a piedi, chi vuole fare attività all’aperto. Usufruire degli spazi verdi o di una piazza in modo sicuro nei periodi di emergenza può essere garantito con apposita segnaletica. Alla fine il problema di mantenere le distanze è solo un problema di gestione se la progettazione è adeguata.

Altra misura: potenziare l’infrastruttura digitale “smart” di proprietà pubblica in modo da supervisionare le zone critiche, offrendo magari tutto l’anno alternative virtuali ai luoghi reali e non solo in periodi di emergenza. Dal punto di vista sociale verrebbe promossa e “pubblicizzata” la relazione virtuale con le persone, escludendo l’aspetto fisico delle interazioni sociali. Pensiamo anche alla Cina e ai robot che consegnano la spesa.

Necessario anche garantire equità sociale. Pensare alle categorie più vulnerabili, dai senzatetto che vivono nei parchi, ai disabili e ai bambini per esempio. Creare luoghi sicuri, inclusivi ma anche equi per tutti,  coinvolgendo i “non esperti”  per identificare sia criticità che soluzioni.

In questo senso è fondamentale, per la riuscita di questa politica, la promozione di iniziative di sostenibilità ambientale, secondo gli schemi proposti dalle Nazioni Unite. Non sottovalutiamo come possono indirizzarci gli Obiettivi di sviluppo sostenibile in questo periodo e nell’immediato futuro: ripensare la gestione della densità nei centri abitati è una chiave per la sopravvivenza a lungo termine in un mondo di pandemia. ELoria