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L’economia del carbone: pro e contro

CCC/296

Ottobre 2019

Paul Baruya

L’inasprimento delle normative ambientali, per contrastare l’inquinamento e le emissioni climalteranti, accresce la pressione sui governi per minimizzare i danni ambientali associati all’uso del carbone. I media quando parlano di carbone tendono a focalizzarsi sul clima e sul grado di inquinamento ambientale associato alla sua combustione, tralasciando spesso gli impatti positivi che le attività legate al suo impiego possono avere.

Gli effetti positivi relativi al suo utilizzo non si limitano alle sole attività immediatamente correlate, quali l’estrazione mineraria e la produzione di energia elettrica e calore, ma si ripercuotono su intere comunità e sulla filiera strettamente collegata al sistema industriale. L’effetto a catena sul resto dell’economia genera benefici in termini di ricchezza diretta, indiretta e indotta. Tra i principali impatti positivi: l’occupazione, il sostegno alle comunità con entrate fiscali, la fornitura di elettricità a prezzi accessibili, la resilienza nella rete elettrica e l’affidabilità delle forniture di energia primaria.

La carenza di dati sull’occupazione nel comparto energetico direttamente connesso alla generazione di carbone, rende difficile quantificare il numero di posti di lavoro correlati a questo settore. Si stima che l’industria estrattiva e l’intera catena di approvvigionamento garantiscano milioni di posti di lavoro, diretti e indiretti, molti dei quali in regioni con scarse opportunità occupazionali alternative.

Se nel mondo occidentale la produzione di carbone è in calo rapido quanto costante, mentre nelle economie emergenti e nei paesi in via di sviluppo le strategie energetiche riconoscono il valore nell’uso delle riserve indigene. In questi paesi le risorse interne di carbone e lignite possono infatti svolgere un ruolo importante per la sicurezza dell’approvvigionamento, contribuendo così a garantire la sicurezza energetica e a diminuire l’elevata dipendenza dalle importazioni. Nelle economie più deboli, la crescita economica è ostacolata dai continui deficit energetici dovuti alla mancanza di investimenti in forniture elettriche affidabili. Nei paesi con alti tassi di povertà il carbone fornisce energia elettrica a basso rischio.

In Asia, il settore carbonifero costituisce una forza trainante per la crescita economica e l’occupazione. La Cina rappresenta metà della produzione e del consumo di carbone al mondo e si considera che il solo settore del carbone impieghi circa tre milioni di persone.

In India la centrale elettrica di Sasan, con una capacità di 3960 MW, consentirebbe a 17,5 milioni di persone di beneficiare dell’elettricità prodotta dall’impianto ed a 22 milioni di persone di accedere in sicurezza alle forniture d’acqua. I riscontri sociali derivanti da questo progetto sarebbero molteplici, fornirebbe infatti elettricità a 12.000 scuole aumentando l’iscrizione di oltre 96.000 studenti, circa 400.000 famiglie beneficerebbero di una migliore illuminazione stradale che migliorerebbe il benessere e la sicurezza di molte comunità. L’elettricità accessibile fornita dalla rete elettrica alimentata a carbone, creerebbe risparmi stimati in 19 miliardi di dollari nei centri sanitari urbani, consentendo di investire parte dei proventi sull’assistenza sanitaria.

Il Pakistan, dove la popolazione conta circa 200 milioni di abitanti e un tasso di crescita annuo del 2,1%, soffre di un’inadeguata capacità di generazione. I continui black-out, causati dalla carenza di elettricità, bloccano l’intera economia, ostacolando inevitabilmente la crescita economica. Nonostante nell’aprile del 2014 sia stata introdotta la politica sulle energie rinnovabili – delineando i piani per un aumento del 60% della produzione totale di energia entro il 2030 – il Pakistan continua ad investire sul carbone, pianificando l’apertura di nuove centrali elettriche: la Thar Block II da 660 MW che utilizza lignite a basso rango della regione del Thar e la China Power Hub da 1320 MW. E’ inoltre, in fase di pianificazione, la costruzione di centrali a carbone per ulteriori 10.000 MW.

Anche in Africa si mira ad incrementare il ruolo del carbone nel settore energetico per promuovere la diversità dei combustibili e ridurre la dipendenza da petrolio e gas. Esemplare in questo senso il caso della Nigeria. La vendita di petrolio fornisce la maggior parte delle entrate fiscali, di conseguenza l’economia nigeriana è fortemente esposta alle oscillazioni dei prezzi internazionali del greggio. In questa nazione i blackout si verificano quotidianamente a causa della debole rete di trasmissione e distribuzione. Si tratta di un territorio caratterizzato da vaste riserve di carbone, nel quale 2,8 Gt sono concentrate nella regione di Enugu. Gli studi suggeriscono che un singolo giacimento potrebbe fornire abbastanza combustibile per produrre 4,6 GW di elettricità ogni anno. Questo potenziale sviluppo è però ostacolato dalla riduzione di finanziamenti da parte delle principali banche mondiali.

Lo sviluppo di nuovi progetti basati sull’utilizzo del carbone finanzia e supporta numerose strutture che forniscono assistenza sanitaria, supporto all’infanzia e all’istruzione. In Sud Africa la salute della forza lavoro rappresenta una forte criticità registrando il più grande tasso di HIV/AIDS nel mondo. Glencore, compagnia multinazionale con sede in Svizzera, ha sostenuto programmi di prevenzione e supporto attraverso l’educazione e la sensibilizzazione, offrendo test gratuiti per l’HIV/AIDS, nonché consulenza e cure per la sua forza lavoro in Sudafrica, ottenendo una riduzione del 48% di nuovi casi di malattie.

Nella maggior parte delle economie avanzate, il settore carbonifero, anche se in declino, rimane una fonte di occupazione qualificata. L’Australia, ad esempio, è un importante esportatore di carbone e nel 2018 lo stato del Queensland ha impiegato 20.000 persone creando un reddito di 20 miliardi di dollari. Le esportazioni di carbone hanno assicurato 1 miliardo di dollari di royalities, fornendo così i finanziamenti necessari per i servizi pubblici. Conseguentemente, una riduzione della produzione di carbone potrebbe avere implicazioni sui finanziamenti e sulla fornitura di servizi.

Nel Nord America il settore del carbone ha subito un progressivo declino a causa della forte concorrenza del gas naturale a buon mercato, della lenta crescita della domanda di elettricità e delle politiche ambientali sull’energia pulita. Dal 2016 negli Stati Uniti, il gas naturale è divenuto il principale combustibile per la produzione di energia. Le proiezioni dell’EIA (2018) prevedono una graduale riduzione della produzione di carbone, passando da 784 milioni di tonnellate corte (Mst) a circa 600-650 Mst entro il 2030. Tuttavia, negli Stati Uniti, a causa degli inverni particolarmente rigidi come quello del 2018, l’incremento della domanda di elettricità per il riscaldamento ha generato un aumento sostanziale del costo del gas con prezzi triplicati, facilitando il riutilizzo del carbone come combustibile.

La transizione verso il gas è un problema per l’industria carbonifera americana che rappresenta un datore di lavoro importante. Nel Kentucky, uno dei maggiori stati produttori di carbone degli USA, le compagnie minerarie contribuiscono attivamente ai finanziamenti statali, pagando una tassa per l’estrazione delle risorse non rinnovabili. Nel 2014 lo stato ha incassato 191,3 milioni di dollari e di questi, ben 61,3, sono stati restituiti alle contee produttrici di carbone per miglioramenti infrastrutturali e per progetti di sviluppo economico. Nello stesso anno l’industria carbonifera ha creato occupazione per 24.616 persone. La riduzione della produzione di carbone ha comportato una perdita di posti di lavoro, in particolare nel Kentucky orientale, comportando anche tagli all’istruzione.

Ci sono intere comunità che dipendono fortemente dall’attività mineraria locale, ne è un esempio Usibelli, l’unica miniera attiva in Alaska, che ha un sostanziale effetto moltiplicatore sull’occupazione nel resto dell’economia locale e nazionale. Usibelli fornisce all’incirca 1,1 Mt/a di carbone sub-bituminoso, metà utilizzata per la produzione di energia e calore e la rimanente parte destinata all’esportazione. L’omonima fondazione stanzia fondi per un importo di 112.000 USD all’anno, facilitando l’apprendimento e il sostegno di programmi di istruzione.

Oltre al suo impiego per la produzione di elettricità, il carbone ha molti altri usi. L’utilizzo dei sottoprodotti delle centrali elettriche a carbone fornisce, ad esempio, una materia prima economica per la produzione di cemento, acciaio e calcestruzzo. Le ceneri leggere, derivanti dal processo di combustione del carbone nelle centrali termoelettriche, sono utilizzate come materiale legante al cemento Portland. Il riciclo dei sottoprodotti industriali consente in primis di ridurre i volumi da conferire in discarica limitando l’utilizzo di clinker, principale componente del cemento, consentendo inoltre di risparmiare sulla quantità di combustibile da adoperare per la sua cottura, con vantaggi sia economici che ambientali. A riguardo, nel 2017 le centrali elettriche negli USA hanno generato 100 Mt di rifiuti di carbone, costituiti da ceneri leggere e pesanti, con una percentuale di riciclo superiore al 70%, reimpiegata principalmente nell’edilizia e nell’agricoltura. Il cemento addizionato con ceneri volanti risulta più economico del 25% rispetto al puro cemento Portland. Negli Stati Uniti, cosi come negli altri Paesi, dove si prevede una chiusura progressiva delle centrali elettriche, la fornitura delle ceneri leggere per l’industria del cemento potrebbe ridursi imponendo di conseguenza la necessità di doverle importare o in alternativa aumentare la produzione di clinker.

Benché si preveda una graduale eliminazione dell’utilizzo del carbone dal mix energetico, in alcuni Paesi e regioni minerarie continuerà ad essere adoperato per diversi decenni e molte delle imprese di estrazione figureranno ancora tra i più importanti datori di lavoro. La progressiva eliminazione o la totale cessazione delle attività carbonifere avrà implicazioni negative per le regioni interessate.

Il processo di decarbonizzazione porterà indubbiamente benefici all’ambiente ma la complessa fase di transizione dell’economia industriale, in ogni caso, dovrà essere affrontata in maniera complessiva, prevedendo il pieno sostegno dell’intera filiera strettamente collegata al sistema dell’industria carbonifera. F. Poggi