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The Energy Summit, Londra, 28.11.2017

The Energy Summit 2017: the age of abundance

L’età dell’abbondanza. È il sottotitolo dell’edizione 2017 dell’Energy Summit dell’Economist. Scelto per mettere in rilievo come l’innovazione stia aprendo le porte a un futuro di risorse in eccesso anziché insufficienti.

Un cambiamento che impone nuovi modelli di sviluppo agli Stati e strategie innovative a quelle aziende che avevano costruito le proprie fortune sulla capacità di dare risposta a una domanda superiore all’offerta.

Non è più così. O meglio: non sarà più così. Questo almeno sostengono i rappresentanti di industria, ricerca, finanza e mondo accademico, chiamati nel cuore della City di Londra a confrontarsi e a rispondere alle domande dei molti giornalisti presenti. Che il settore energetico sia in piena età dell’abbondanza è chiaro a tutti. Soprattutto se si guarda al mondo occidentale e alle realtà più sviluppate, dove i problemi vengono visti come opportunità economiche da cogliere.

È il caso della CO2. Il più sicuro è Ahmad Al Khowaiter (Saudi Aramco): “Non può più essere considerata solo un rifiuto, è un prodotto da sfruttare commercialmente. Le tecnologie che consentono questa evoluzione ci sono già, basta incentivarle, come accaduto in passato col solare”. Sulla necessità di incentivi diverge David Eyton (Bp): “Non ne vedo la necessità. Credo che la chiave per sviluppare questo settore sia mettere un prezzo sul carbonio. Solo allora, senza bisogno di sussidi statali, saranno i costi crescenti a determinare politiche e scelte per ridurne la produzione. Mettere un prezzo al carbonio può aiutare a sviluppare le tecnologie che affrontano il problema e, di conseguenza, a risolverlo”. Per restare nello scenario che prevede un aumento della temperatura di 1,5° l’International Energy Agency dice che l’80% dell’anidride carbonica deve stare sottoterra. Un’indicazione vecchia di un paio d’anni che all’epoca sembrava spianare la strada alla diffusione delle tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2 (Ccs), che invece procede a rilento. Al Khowaiter non ha dubbi su quale sia la via più rapida e efficace: l’efficienza energetica. “Se vogliamo avere risultati immediati, dobbiamo usare meno energia e rendere più efficiente sia la produzione che l’utilizzo di quella prodotta. Nel lungo periodo le Ccs possono avere un ruolo importante se non decisivo, ma hanno bisogno di una legislazione che ne sostenga lo sviluppo per renderle economicamente competitive e convenienti. Si tratta di scelte obbligate, che arriveranno. Perché non si può pensare che possa funzionare a lungo un modello dove esiste un’industria che produce CO2 e la lascia libera”.

Nella visione di Mark Jacobson, professore dell’Università di Stanford, quella che produce enormi quantità di CO2 è un’industria al tramonto: “La decarbonizzazione non è solo un auspicio, è già realtà. Il nostro college è alimentato per l’80% del suo fabbisogno da fonti rinnovabili, con l’aiuto di batterie. Se lo facciamo a Stanford lo si può fare ovunque. La prova che tutto ciò è possibile e conveniente arriva anche dal Regno Unito, dove di recente è stato commissionato il primo impianto solare senza incentivi”.

Che non serva ulteriore energia ma un uso diverso dell’energia è il messaggio di Laura Cozzi (IEA World Energy Outlook): “L’80% degli investimenti in questo settore è volto a mantenere la produzione, non a sollevarla. La capacità di conservare energia sarà decisiva e non è difficile pronosticare una rapida crescita tecnologica e economica di questo settore nei prossimi dieci anni”.

Meno agevoli le previsioni sul mercato del petrolio, tradizionalmente più legato all’evoluzione politica che a quella tecnologica. L’instabilità di Paesi come Venezuela, Nigeria, Arabia è decisiva nell’indirizzare l’andamento di domanda e offerta. Il punto non è sapere se la domanda salirà ma quando e quale sarà la risposta dei governi. Nel dibattito tra Valerie Marcel (Chatham House), Helima Croft (RBC Capital Markets) e Ed Morse (Citi Group) è emersa un’identità di vedute sulla difficoltà di predire le reazioni a eventi come il fallimento di una compagnia petrolifera nazionale in Venezuela: l’impatto maggiore sarà sul Paese o sul mercato petrolifero? La Russia preferirà sostenere il Venezuela per proteggerlo dagli Usa o lasciarlo affondare e sfruttare il rialzo dei prezzi? O sceglierà di sostenere il Venezuela solo sino a quando questo sarà utile per tutelare, indirettamente, la fragile economia di Cuba? Variabili di questo tipo, secondo Croft, rendono il mercato petrolifero il più imprevedibile e il meno adatto a suggerire conclusioni generali: “Ogni situazione è specifica e influenzata da troppe variabili. Pensiamo all’Africa. La Nigeria, a causa di una corruzione diffusa, è un esempio di Paese che non ha beneficiato dei guadagni assicurati dal petrolio. L’esempio contrario è la Tanzania, che ha saputo trarre il meglio dalla scelta di puntare sul petrolio”. Nel panorama mondiale l’Africa fa storia a sé, come spiega Morse: “Il continente africano contribuisce alla produzione di energia elettrica mondiale solo per il 3%. Ma 2/3 di quel tre percento arrivano da una sola nazione: il Sud Africa. Questa fotografia ci fa capire che questo squilibrio non può durare e lo scenario muterà in modo consistente”.

Nessuna nube all’orizzonte invece per lo “shale gas”. Almeno a sentire David Carroll (International Gas Union): “Col gas naturale si sta costruendo, nei fatti, un’infrastruttura per il futuro. Non a emissioni zero ma addirittura negative, per questo è qualcosa che durerà e che nessuno potrà contrastare. Parliamo di una risorsa conveniente dal punto di vista economico che può giocare un ruolo chiave anche nella partita della decarbonizzazione”. Lo “shale”, sia gas che oil, è diventato la chimera anche di molti Paesi sottosviluppati che puntano su questa risorsa per migliorare le proprie fortune. Un azzardo, secondo Susan Packard Legros (Centre for Responsible Shale Development): “Paesi come Tanzania o Mozambico avranno gravi difficoltà. Il primo limite è geologico, il secondo tecnologico, inteso come indisponibilità della migliore tecnologia o delle risorse necessarie per averla. La combinazione di questi fattori creerà grandi difficoltà nell’estrazione, che nazioni come gli Stati Uniti non hanno”.

Intrigante la considerazione di Carroll sul carbone: “Ha ancora un futuro. Non nella produzione di energia, lì ha un presente, ma nella produzione di materiali e di sostanze chimiche. Questo sfruttamento, giustificato anche dalla grande disponibilità del minerale, consentirebbe di allungare la vita all’attività estrattiva”.

La transizione verso nuovi scenari non riguarda solo il mondo dell’industria ma anche quello della politica. Tim Green (Energy Futures Lab) cita l’esempio del governo britannico: “Ha finalmente preso atto delle dinamiche nel mondo della ricerca e dei mercati internazionali. Ha cambiato approccio e ora non è più conservativo come prima, al contrario sostiene che anche l’industria tradizionale può beneficiare della digitalizzazione, che consente di migliorare processi e tecniche di lavorazione”.

Più controverso lo sviluppo del mercato delle auto elettriche. Le case automobilistiche ritengono che la diffusione delle stazioni di rifornimento sia la chiave per fare esplodere un mercato in crescita ma ancora marginale. Allo stesso tempo, come emerso dalla discussione tra Benjamin Sovacool (University of Sussex), Stephan Herbst (Toyota) e Evez Lorber (Store Dot), la possibilità per qualunque proprietario di autovettura elettrica di poterla ricaricare nel proprio garage non agevola la causa di chi vorrebbe più elettro-distributori. Il favore delle associazioni ambientaliste aiuta ma non basta a rassicurare chi vede nell’auto elettrica un modello economico denso di incognite. Ai dubbi sui profitti si aggiunge anche un’altra obiezione spesso dimenticata: se l’auto viene alimentata da elettricità prodotta tradizionalmente (ad esempio dal petrolio o dal carbone), si può parlare di reale decarbonizzazione dei trasporti? Problema che riguarderebbe anche l’elettrificazione di tutti gli altri mezzi di trasporto. GS