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Preparando Marrakesh: accordi sul clima, fase due

Tim Brown (Ideo) e Peter Agnefjäll (Ikea)

Aperta dal presidente del gruppo editoriale New York Times Stephen Dunbar-Johnson, la settima edizione della conferenza Energy for Tomorrow ha offerto in anteprima umori e orientamenti del mondo dell’industria e della politica sui temi del prossimo Cop 22, in programma dal 7 al 18 novembre a Marrakesh (Marocco).

Tanti gli argomenti sul tavolo: politiche degli Stati, strategie transnazionali, scelte delle maggiori multinazionali nel campo dell’energia, il ruolo delle banche nel finanziare l’innovazione tecnologica. Una conferenza che si dichiara proiettata nel futuro ma che parte dall’esame del passato prossimo: cosa ne è stato degli accordi presi a Parigi un anno prima?

4.11.2016: L'arco di Trionfo illuminato in verde per celebrare l'entrata in vigore dell'Accordo sul clima di Parigi

L’arco di Trionfo illuminato in verde per celebrare l’entrata in vigore dell’Accordo sul clima di Parigi

Il bilancio lo traccia il presidente del Cop 21 e ministro dell’Ambiente e dell’Energia francese Segolene Royale: “Le promesse sono state mantenute. Stanotte l’Arco di Trionfo e la Tour Eiffel saranno illuminati di verde per celebrare l’entrata in vigore degli accordi sottoscritti circa un anno fa. Come noi tanti altri Stati hanno fatto quel che sembrava impensabile e questo darà ancora maggior spinta al cambiamento. Adesso entriamo nella fase esecutiva”. Il ministro ha aggiunto che mettere un prezzo al carbonio è la chiave per far decollare un nuovo modello industriale che mette la sostenibilità in cima alla lista delle priorità. Affermazione ripresa e sostenuta da Eldar Saetre, presidente della Statoil, che lo ritiene un passaggio fondamentale: “In Norvegia è stato stabilito un prezzo. C’è e funziona. Lo stesso meccanismo, una volta raggiunto l’accordo sul prezzo, si potrebbe applicare su scala globale e cambierebbe tutto per l’industria, perché sarebbe davvero in grado di programmare”. Sulla stessa lunghezza d’onda il rappresentante della Commissione europea per l’Energia Maros Sefcovic: “Negli ultimi 18 mesi c’è stata una mobilitazione globale sui temi dell’ambiente e del cambiamento climatico, che ha permesso passi avanti enormi. Adesso quel che serve è mettere in condizione gli operatori di avere certezze per investire sulla tecnologia. Fissare un prezzo unitario al carbonio, come accaduto col petrolio, è il passaggio che serve per aprire la strada in quella direzione. È difficile ma va fatto”.

Visione condivisa da molti in sala ma non da tutti. Pascal Canfin, presidente del Wwf, ritiene più proficua un’altra strategia: “Mettere un prezzo unitario sul carbonio è forse utopistico. Lo stesso obiettivo può essere raggiunto se si fissano degli standard. Ad esempio se il governo fissa standard di efficienza sui consumi di un edificio, ecco che ha raggiunto lo stesso risultato, di modifica delle scelte, che avrebbe ottenuto con un prezzo sul carbonio. Si tratta di un prezzo implicito”.

Il collegamento tra politiche energetiche e mercati viene messo in risalto da Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale per l’Energia: “Energia e cambiamento climatico sono connessi. Non si può parlare di lotta al cambiamento climatico senza parlare di energia, perché per due terzi il problema è causato da quel settore. Le scelte politiche in quel campo hanno sempre conseguenze. Ad esempio, dopo il Cop 21 il prezzo del carbonio è sceso e anche questo contribuisce a modificare alcune decisioni o strategie”. Birol ridimensiona l’impatto della svolta elettrica dell’industria automobilistica: “Sì, nel 2015 sono state vendute più di mezzo milione di auto elettriche, molte più di prima. Ma sull’intero parco automobilistico mondiale si tratta di una percentuale ridotta, che comunque non sposta gli equilibri. Se anche tutte le macchine del mondo fossero elettriche non ci sarebbe un grande cambiamento sulla domanda di petrolio per i prossimi 20 anni. Restano treni, navi, aerei”. Il presidente della Renault Carlos Ghosn più che l’affermazione contesta l’approccio del direttore Iea: “Qui si parla di un muro dove ognuno porta il suo mattone. Cosa vuole dire che il mattone dell’industria automobilistica è piccolo? Ognuno, nel proprio ambito, fa quel che deve, solo così si cambia”. E poi spiega perché le auto ibride e elettriche saranno sempre di più: “La filiera delle auto low carbon riceverà sempre maggiori investimenti perché è l’unica che può permettere all’industria automobilistica di crescere. Prima non c’era confronto, ora c’è: i costi salgono per le auto diesel, benzina e scendono per le altre. La velocità del sorpasso dipende solo dalle scelte dei governi nel creare infrastrutture come le stazioni di servizio e della tecnologia nell’allungare la percorrenza e nel ridurre i tempi per caricare la macchina. Poi tutto andrà a posto: nell’auto elettrica l’unico che emette anidride carbonica è l’autista”. In linea col pensiero di Ghosn, quello di Vidar Helgesen, ministro dell’Energia norvegese, che rivela l’intenzione del suo governo di bandire la commercializzazione di nuove auto a combustibile dopo il 2025.

Presentato come un campione nel mondo delle rinnovabili, Rafael Mateo Alcalà, amministratore delegato di Acciona, racconta l’esperienza dell’unica società del settore in grado di sopravvivere all’azzeramento degli incentivi deciso dal governo spagnolo: “Essere stati pionieri ha comportato tanti problemi, tanti errori ma ci ha dato il vantaggio di poter crescere, consolidarci e ora vantare vent’anni di esperienza. Cosa rara. Ma adesso la politica viene a chiedere consigli a noi su come scrivere le regole in modo utile e efficace, anche perché abbiamo dimostrato di saper stare nel mercato senza bisogno di aiuti”.

La sequenza di interventi offre uno spaccato delle contraddizioni e delle visioni spesso contrapposte che animano il mondo dell’energia. Ben Van Beurden, amministratore delegato Shell, sottolinea il divario tra l’ammontare degli investimenti delle società impegnate nel mercato delle rinnovabili e quelle che operano con le fonti fossili: “Bisogna ridurre l’intensità del carbonio nell’energia prodotta da fonti fossili non cancellare quelle fonti, perché non è possibile. Non è realistico. In questo senso il ruolo delle tecnologie di cattura e stoccaggio della Co2 (Ccs) può essere fondamentale. Il problema è che non esiste una domanda per l’anidride carbonica che dovremmo mettere sotto terra. Chi mi paga per farlo? Ecco perché non lo faccio. Bisogna creare condizioni favorevoli che rendano le Ccs una prospettiva commercialmente appetibile. Ma bisogna fare attenzione, lo scenario non è lineare: lo sviluppo delle Ccs potrebbe anche modificare il peso delle fonti nel mix energetico, perché potrebbe favorire il carbone più del gas e a quel punto potrebbe essere sensato rilanciare o insistere col carbone. La verità è che l’energia da fonti fossili servirà ancora a lungo”. Affermazione ribadita con maggior vigore da Patrick Pouyanné, amministratore delegato Total: “La transizione c’è, ci sarà. Ma quanto sarà lunga? Cosa intendiamo per sostenibile? L’economia. I conti. È l’economia a rendere l’industria rinnovabile sostenibile, non il contrario. Quindi se non si capisce questo è difficile fare progressi rapidi. Cambiano le percentuali, ma le fonti fossili ci saranno ancora. Total ha comprato una società che produce batterie, quindi guardiamo al futuro ma siamo consapevoli di quanto ci voglia prima che quel futuro diventi il presente”. Alcune cifre sulla transizione le fornisce Marcene Broadwater, capo della divisione strategia energetica e finanziaria dell’Ifc: “Ci sono grandi opportunità. È stimato che per i prossimi 15 anni ci saranno almeno 6 miliardi di dollari l’anno da investire in green energy. Per ridurre i rischi nell’investimento in questo segmento sono almeno tre le condizioni necessarie: mettere assieme privati e pubblico; avere una legislazione chiara; favorire l’aggregazione di capitali. A queste condizioni vanno aggiunte idee e visione”. Anche la condivisione di queste politiche oltre i confini nazionali contribuisce a ridurre i rischi: “Il Regno Unito lo scorso anno ha cancellato Ccs, ma il resto del mondo se ne è accorto appena”.

Tim Brown (Ideo) e Peter Agnefjäll (Ikea)

Tim Brown (Ideo) e Peter Agnefjäll (Ikea)

Prospettiva diversa quella offerta da Tim Brown e Peter Agnefjall, amministratori delegati di Ideo e Ikea. Il primo mette in evidenza l’importanza del design: “Il design agevola chi fa da apripista. Il design accattivante attrae o crea la domanda, mentre il design intelligente consente di far scendere i prezzi. La loro combinazione può agevolare cambi di abitudini e lo sviluppo di nuove tecnologie”. Il presidente di Ikea spiega invece la strategia dell’azienda svedese per presentarsi ai clienti come credibile modello di sostenibilità: “Un mobile Ikea resta di media in una casa almeno 20 anni. Questo vuol dire che non creiamo un bisogno superfluo, ma ci preoccupiamo comunque di che fine faranno e per questo utilizziamo materiali rinnovabili. Il legno proviene da foreste dove c’è un regime di tagli programmati, i nostri negozi devono avere illuminazione led e così via. Il nostro obiettivo è arrivare al 2020 con la capacità di produrre attraverso le rinnovabili il 100 percento di tutta l’energia che utilizziamo nelle nostre fabbriche, nei nostri uffici e nei nostri negozi”.

Situazioni e percorsi molto diversi quelli degli ex monopolisti nazionali di Italia e Francia, Enel e Edf. Francesco Starace, amministratore delegato dell’Enel, annuncia che l’obiettivo della sua azienda è “la decarbonizzazione integrale entro il 2050” e che la nuova strategia prevede investimenti su “progetti più piccoli, più facili da vendere”. Jean-Bernard Levy, presidente dell’Edf, dichiara che la loro priorità è la sicurezza degli impianti nucleari. “Dobbiamo garantirla prima di tutto. Il nucleare ha permesso all’industria dell’energia francese di avere un problema minimo con le emissioni. Solo il 5 per cento della CO2 è emessa dal settore energetico. Una percentuale bassa, legata a una precisa scelta strategica: aver puntato su una fonte di energia a emissioni zero. L’esperienza della Francia, se parliamo di emissioni, potrebbe essere un modello per il resto del mondo”. Anche Magnus Hall, presidente della Vattenfall, ha dichiarato il proprio favore al nucleare: “E’ una possibile soluzione al problema. Non credo lo siano le Ccs, troppo costose e comunque sempre problematiche, per via delle resistenze dell’opinione pubblica e dei dubbi di chi governa. Noi abbiamo investito su quella tecnologia per applicarla a un impianto ma poi ci è stata negata l’autorizzazione per via delle proteste della comunità locale”.

Ccs sì o no, prezzo unico del carbonio sì o no, il cambiamento è già partito, come testimoniato dalle altre esperienze riportate nel corso del dibattito: la riduzione dell’anidride carbonica nei data centre; l’ingresso tra i produttori di energia di nuovi protagonisti come Facebook, Microsoft o Ikea; il crescente successo della Formula E; l’impatto dell’informatica sulla dematerializzazione e sulla riduzione di costi e sprechi anche in un ambito, considerato quasi arcaico, come quello dell’estrazione mineraria.

Esplicito l’accento sul ruolo dell’innovazione tecnologica ma anche sulla necessità di un nuovo modo di pensare all’economia e alle risposte da dare ai bisogni della società. Ellen Mac Arthur, fondatrice della fondazione omonima, ha chiarito il concetto di economia circolare: “Quando si progetta un oggetto, si deve pensare a cosa ne sarà finito l’utilizzo. La Apple in America sta iniziando a sostituire i telefoni ai clienti dopo 6 mesi, il cerchio sarà chiuso del tutto quando quegli stessi telefoni, aggiornati o modificati verranno riutilizzati. Se invece escono dal giro, allora sarà sempre economia lineare come quella che abbiamo sempre conosciuto: prendi, usi, butti”. GS