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USA-Cina: accordo globale

USA-China

“Storico”. Così il presidente Usa Barack Obama ha definito l’accordo tra Stati Uniti e Cina per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Visione condivisa un po’ dappertutto. Era dai tempi della sottoscrizione del Protocollo di Kyoto che un impegno sul clima non suscitava tanto entusiasmo. Che i due Paesi più inquinanti al mondo si impegnino per ridurre le emissioni rappresenta un segnale importante per l’intera comunità internazionale, perché la risposta ai problemi del riscaldamento globale, del cambiamento climatico può arrivare solo a livello globale.

Che gli Usa si impegnino a far calare entro il 2020 le emissioni del 17% (rispetto al 2005) viene salutato come “incoraggiante”. In verità si tratta di un passo indietro rispetto al 2009, quando a Copenhagen la Casa Bianca si era impegnata a ridurre le emissioni entro il 2025 del 30% (sempre in relazione ai livelli del 2005). La vera novità sta nella posizione della Cina che ha preso l’impegno di sollevare la quota di rinnovabili al 20% (traguardo molto vicino, che dovrebbe raggiungere già nel 2020) e di abbassare le proprie emissioni a partire dal 2030.

Al momento nessun Paese inquina più dei due firmatari: la Cina lo scorso anno capeggiava la classifica mondiale delle emissioni in atmosfera di CO2 con il 29%, davanti a Usa (15%), Unione Europea (10%), India (7,1%) e Russia (5,3%). Il peso crescente di nazioni come Cina e India in questa classifica dell’inquinamento si spiega con la necessità delle economie emergenti di colmare il gap con i Paesi più sviluppati. Una posizione espressa solo pochi mesi fa a Nuova Delhi dal governo indiano, assieme a Cina, Sud Africa e Brasile: “L’inquinamento globale e le conseguenze sul clima già in atto non sono riconducibili solo agli ultimi dieci anni ma ai decenni precedenti. E’ dalla Rivoluzione industriale che l’Occidente inquina. Adesso tocca a noi, perché siamo noi ad avere il bisogno e il dovere di accelerare lo sviluppo per migliorare le condizioni di vita nei nostri Paesi”.

Da un lato questi Paesi chiedono mani libere, proprio come le ha avute l’Occidente per un secolo e mezzo, dall’altro però alcuni di loro hanno già inserito la salvaguardia ambientale tra le priorità della propria politica energetica.

Pechino conta di ridurre il picco delle proprie emissioni attraverso l’innalzamento della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e soprattutto col miglioramento delle tecnologie utilizzate per lo sfruttamento dei combustibili fossili. In occasione di uno dei due meeting annuali dell’International Energy Agency Clean Coal Centre, ai quali Sotacarbo partecipa in rappresentanza dell’Italia, la delegazione cinese ha spiegato in modo esplicito la politica energetica nazionale: “I fossili, e il carbone in particolare, per noi non sono una scelta ma l’unica strada che possiamo permetterci per fronteggiare la domanda di energia necessaria a mantenere il nostro tasso di crescita e a rispondere alle esigenze primarie della parte più povera e arretrata del Paese”.

La consapevolezza di non poter fare a meno del carbone e del doverne però mitigare i risvolti negativi dal punto di vista ambientale, hanno spinto la Cina a cercare con determinazione soluzioni tecnologiche in grado di contemperare queste esigenze, aprendosi a collaborazioni internazionali su temi specifici come ad esempio le tecnologie per la cattura e stoccaggio della CO2 (le “Ccs”) – quelle che il presidente dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) Rajendra Pachauri ha definito “essenziali, perché le uniche in grado di consentire ai combustibili fossili di continuare a essere utilizzati su larga scala anche in futuro”.

L’interesse per le Ccs non è solo cinese o americano: è globale. Perché determinato dalla necessità comune di dare risposta immediata alle proiezioni che paventano un aumento della temperatura terrestre di circa 6 gradi entro il 2050, se non ci saranno drastici correttivi nell’utilizzo delle varie fonti energetiche. È pacifico: che si parli di carbone o gas, si può parlare di energia prodotta “low carbon” (o a basse emissioni) solo se accoppiata alle Ccs. Questa è la strada sulla quale si stano muovendo Usa e Cina. Progetti coerenti con una nuova politica industriale che non veda più l’elemento ambientale marginale rispetto a quello finanziario. GS