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E c’è chi gioca ancora coi Basic

Shale gas in Cina

Shale Gas in ChinaBasic: Brasile, Sud Africa, India e Cina. Sono i Paesi emergenti, riuniti in un acronimo che comprende le economie col tasso di crescita maggiore nel mondo. Economie accusate dai Paesi occidentali di assenza di controlli e scrupoli quando si tratta di aumentare le spese (e così ridurre i margini di guadagno e competitività) per adeguare i processi produttivi agli standard più evoluti. Un mantra ripetuto un po’ ovunque e al quale tutti credono. Almeno in Occidente.

Nell’incontro di Nuova Delhi della scorsa settimana, i rappresentanti dei quattro Paesi sono passati al contrattacco: “I Paesi cosiddetti sviluppati anziché rendere più stringenti hanno allenato i limiti che ci si era impegnati a fissare per le emissioni di CO2”. Esattamente lo stesso argomento utilizzato in Europa e Usa contro i “Basic”, accusati di determinare gran parte delle emissioni: se Cina e India non riducono il livello delle loro emissioni in atmosfera è inutile qualunque politica di tutela dell’ambiente.

In un’intervista alla Bbc il ministro dell’Ambiente indiano Prakash Javadekar è stato esplicito nel rispedire al mittente l’accusa e rilanciare: “Non c’è paragone tra il nostro impegno ambientale e quello dei Paesi sviluppati. Noi, volontariamente, stiamo andando avanti con un piano che ridurrà le emissioni e migliorerà l’efficienza energetica tra il 25 e il 50%. Basterebbe che loro si impegnassero a fare altrettanto”. I Basic però non vogliono un limite obbligatorio alle emissioni uguale per tutti, come invece preteso da Usa e Unione europea. La motivazione è che chi deve recuperare il gap ha necessità di più energia e questo comporta, comunque, livelli assoluti di emissioni più elevati.

Chi ha ragione? Il più recente Rapporto Onu dice che nel decennio 2000-2010 i Paesi sviluppati hanno ridotto la propria percentuale globale di emissioni (dal 51,8% al 40,9) mentre quelli in via di sviluppo (sono passati dal 48,2% al 59,1). La Cina guida questa classifica, davanti a Usa e India. Statistiche che indicano un’inversione dei ruoti e che sembrerebbero chiudere la contesa. Vero il contrario, la questione è apertissima: “L’inquinamento globale e le conseguenze sul clima già in atto non sono riconducibili solo agli ultimi dieci anni ma ai decenni precedenti. E’ dalla Rivoluzione industriale che l’Occidente inquina. Adesso tocca a noi, perché siamo noi ad avere il bisogno e il dovere di accelerare lo sviluppo per migliorare le condizioni di vita nei nostri Paesi, ancora afflitti da fenomeni come la povertà diffusa” sottolinea il ministro Javadekar.

Inattaccabile: è storia. Ma qualcuno dovrà fare un passo indietro. Senza un accordo a livello mondiale è impensabile limitare il fenomeno (già in atto) del cambiamento climatico. Solo una politica condivisa e globale può evitare lo scenario, disastroso, dell’innalzamento di 6° della temperatura media terrestre. Scenario previsto entro il 2050 se il trend di emissioni resterà quello attuale. GS